Vèstiti a Pennello – 2^ Mostra Moda e Colore.

 

vetrina

Vèstiti a Pennello

2^ Edizione

Vernissage – Venerdi 24 Novembre ore: 19.00

Mostra:  Sabato  25 e Domenica 26 Novembre 2017 ore: 10.00/22.00

 

 

 

caastiglione

 

L’Associazione Culturale “Il Doppio Creativo”, organizza presso la propria sede di Via dei Banchi Vecchi 10 – Roma, nei giorni 24 ,25 e 26 NOVEMBRE 2017, la 2^ Mostra:

“Vèstiti a Pennello” – Moda ed Arte unite nel Colore.

Un originalissimo evento organizzato per rappresentare il connubio indissolubile tra il meraviglioso mondo della Moda e quello altrettanto affascinante dell’Arte.
Un percorso visivo e sensoriale che consentirà al visitatore di percepire quelle sensazioni ed emozioni che un abito, un accessorio ed un dipinto riescono a suscitare nella nostra sfera emotiva.

Saranno esposti abiti, accessori e dipinti che tra loro trovano il giusto, sobrio ed elegante equilibrio; un equilibrio che si materializza in una naturale compenetrazione cromatica tra le varie componenti.

Sarà quindi IL COLORE il vero protagonista.

L’Associazione per consolidare e sviluppare nuovi progetti culturali ed artistici, in concomitanza con la Mostra, ha organizzato una RACCOLTA FONDI che consentirà ai visitatori di contribuire concretamente alla crescita dell’Associazione ed al raggiungimento degli obiettivi sociali e statutari. Una piacevole opportunità, per coloro che parteciperanno, di valorizzare il riutilizzo ed il riuso di abiti ed accessori VINTAGE, tutti, lo sottolineiamo, rigorosamente selezionati per alta qualità ed originalità.

Inaugurazione: VENERDI’ 24 NOVEMBRE 2017 – ore 19.00.

La Mostra proseguirà SABATO 25 e DOMENICA 26 NOVEMBRE, dalle ore 10.00 alle ore 22.00.

Per garantire una corretta affluenza preghiamo, chi volesse partecipare al Vernissage di apertura del giorno 24 NOVEMBRE 2017, di confermare la propria presenza su questo Post o a mezzo e/mail.
Un invito quindi per tutti gli AMICI che ci hanno supportato nella 1^ Edizione ed un invito ai NUOVI che accoglieremo, come sempre, con estremo e sincero piacere.
Grazie. Vi Aspettiamo.

Associazione Culturale ll Doppio Creativo.
Via dei Banchi Vecchi 10. – Roma
Tel./Fax. 0668804121 – Email: ildoppiocreativo@gmail.com

Organizzazione:

Donatella Lucchetti
Valentina Graziani
Giada Durastante
Cristina Sozio
Riservato Riccardo

donna in verde

“I COLORI  DELLE  PAROLE”

(Testi e ricerche a cura di: Donatella Lucchetti).

Per la redazione della brochure che illustra la seconda edizione di “Vestiti a Pennello”, abbiamo “attinto” (a proposito di colori) numerosi testi. Tra i contributi più significativi, vi è anche il saggio sui colori “I colori del nostro tempo” di M. Pastoureau, che Vi consigliamo. Organizzato per voci, dalla A alla Z, è un agile dizionario che ricostruisce la storia e le alterne fortune dei colori nell’ambito sociale e culturale…Quali sono i colori preferiti? e quelli odiati? quelli che ci calmano? ed è il blu il colore più indossato?
Lo scrittore riporta dati “statistici”, storici, scientifici ma anche personalissimi. il saggio si ferma alla fine del Ventesimo secolo. chissà se in questo primo ventennio del ventunesimo sec. i gusti sono cambiati? i colori hanno gli stessi significati?

Non resta che leggerli!

 

Le quattro casalinghe di Tokio” (di Natsuo Kirino – Biblioteca Neri Pozza) le ho incontrate per caso. Cercavo, per la brochure dedicata alla nuova edizione di “Vestiti a pennello”, qualcosa inerente alla moda delle “ragazze giapponesi “Harajuko”, dal nome del celeberrimo quartiere commerciale di Tokio in cui si aggirano, incuranti degli sguardi contrariati degli adulti. una sfida all’ordine sociale giapponese basato su obbedienza estenuante e rispetto delle norme, queste giovani donne sembrano non solo uscite dai fumetti “Manga”, ma anche da periodi storici prettamente occidentali; abiti rococò, stile ottocentesco…bamboline colorate “vestite a pennello” si aggirano agghindate con pizzi e merletti, fiocchi e tutù, anche per le vie delle città che visitano nei loro tour turistici, strappando foto e sguardi della società, solo curiosa od anche attenta ai cambiamenti sociali e culturali.
Insomma…spinta dalla febbre per le “giapponeserie” tanto in voga nel corso dell’800 e ‘9OO tra gli artisti che operavano in questo periodo, mi sono imbattuta in questo thriller straordinario che ha per protagoniste quattro amiche. La dolce Yaoyoi, la coraggiosa Masako, Yoshie, la madre angariata da una figlia indisponente e da una suocera invalida, Kuniko, derubata dal marito e minacciata da un usuraio. Si conoscono in una puzzolente fabbrica di cibi precotti e scoprono insieme il gusto della rivolta ed il fascino del crimine. Un’accusa femminile verso l’intera società, verso l’alienazione femminile del Giappone contemporaneo. L’arte della scrittura ci porta in atmosfere lontane da quelle serafiche delle stampe giapponesi, con i fiori di pesco e le donne in kimono, costrette dall’ambito completamente coprente a movimenti lenti e ponderati…cosi come sono le regole rigide della società giapponese.

“Artisti  e  Moda”

(Testi e ricerche a cura di: Valentina Graziani).

Da sempre moda e arte sono mondi uniti da un indissolubile legame che le ha portate spesso a trarre ispirazione l’una dall’altra. Questa lunga storia d’amore ha spinto stilisti contemporanei non solo a guardare alle opere d’arte del passato ma a collaborare con galleristi e curatori per realizzare sfilate e mostre come la recente “Impression Dior” al Museo Christian  Dior di Granville (in Francia).  In questa mostra, a metà tra couture e impressionismo, viene ripercorsa la storia della nota maison. Nel 1947 Monsieur Dior creò la collezione Corolle da cui nacque il concetto di New Look. Con essa egli desiderava porre fine ai difficili anni della seconda guerra mondiale che, appena trascorsa, aveva fermato l’haute couture a Parigi.

Molte case di moda avevano chiuso e l’industria tessile rivolgeva la sua produzione solo alle divise militari portando anche la moda femminile ad indirizzarsi verso una linea semplice e quasi mascolina: gonne a ginocchio, spalle quadrate e tessuti sintetici.  Ma fu proprio da Parigi che prese avvio un’ondata rivoluzionaria e innovativa. Christian Dior, appassionato d’arte, voleva ridar vita all’immagine della donna raffinata e romantica.

La sua prima collezione “Corolle” puntava proprio sul rimodellamento della figura femminile attraverso la perfezione del taglio, il lusso, la quantità di tessuti e la rifinitura dei dettagli. “Volevo che gli abiti fossero costruiti e modellati sulle curve del corpo femminile”. Egli, che nel 1946 si era messo in proprio aiutato dall’industriale Marcel Boussac, mandò un emissario  a New York per annunciare l’apertura della sua casa di moda, ma egli fu respinto. Il giorno dell’apertura: il 12 Febbraio 1947 fu presentata la linea “Corolla” e quella sfilata fu considerata così innovativa che i 18 giornalisti americani presenti la definirono “New Look”. Dior trasferì l’idea della “donna fiore” nella moda attraverso abiti che slanciavano il corpo, dal punto vita sottile partivano ampie gonne tagliate a ruota e lunghe fino al polpaccio.

La linea apparentemente morbida era comunque ottenuta attraverso abili trucchi: un bustino detto “guepière”, piccoli pouf suoi fianchi e telette rigide. L’insieme dava l’effetto della corolla di un fiore, proprio come allude il nome della collezione, con un diretto richiamo alla moda ottocentesca a cui Dior guardò attraverso i quadri di Monet, Degas, Renoir.. Ovunque campeggiavano fiori, che cuciti a mano l’uno vicino all’altro come singole pennellate ridavano l’effetto a macchie di colore impressionista.

 

 

Per quanto riguarda la fattura degli abiti era stato totalmente recuperato il lavoro sartoriale a mano. Se gli abiti da giorno erano accollati e con maniche a tre quarti, quelli da sera erano romantici e provocanti, senza spalline, ampie scollature e schiena scoperta. Il New Look fu così colto da ovazioni ma anche da molte critiche da parte di chi lo accusò di aver creato una moda antiquata , costosa e anacronistica. Ma Dior restò fedele al suo stile facendolo diventare un marchio noto in tutto il mondo.

 

La mostra Impressions Dior  infatti raccoglie più di settanta dei più famosi abiti firmati Christian Dior  ispirati a queste tematiche, accompagnati da alcune delle opere d’arte più note.  Come per Christian Dior, anche per gli altri direttori artistici (Bohan, Galliano e Simons) che si sono succeduti nella maison, questa ispirazione è stata illuminante, creando un legame inscindibile tra Haute Couture e la pittura di fine ‘800.

Yves Saint Laurent negli anni ’60 fu considerato il pioniere di questo connubio tra pittura e moda quando stampò i quadri di Mondrian su vestiti dalle linee semplici e pure nel rispetto dei dettami del movimento astratto De Stijl. Quest’ultimo, nato negli anni ’20 del 900 dall’artista Olandese e Teo Van Doesburg si fondava sull’uso esclusivo della figura geometrica ortogonale, ammettendolo solo la linea orizzontale e verticale, l’uso dei colori primari giallo, blu, rosso e dei non colori: nero e bianco.

Lo stilista era infatti alla continua ricerca di forme nuove che potessero stupire il pubblico e il settore della moda. Dal neoplasticismo recuperò proprio questo nuovo modo di strutturare e concepire le forme, rendendo i suoi abiti delle rigide composizioni quadrangolari. In un periodo di caos e contraddizioni come gli anni ’60 quel linearismo dava l’illusione di poter recuperare un certo ordine formale.

Nonostante questo le sue collezioni furono motivo di scandalo nella società degli anni ‘60 e ‘70 e ci volle molto tempo prima che la moda di Yves venisse riconosciuta come arte. I suoi abiti non sono solo dipinti stampati su tessuto ma sono parte di una lunga fase di progettazione alla ricerca di qualcosa di innovativo. È per questo che dopo soli due anni dalla collezione “Mondrian” egli realizza quella rude e selvaggia ispirata all’arte africana, del tutto all’opposto rispetto al rigore neoplastico precedente.

Nello stesso periodo lo stilista si avvicina all’ambiente della PopArt, che per sua natura è sempre teso verso la riproduzione meccanica e seriale. Egli diventa molto amico di Andy Warhol  che lo ritrae in diversi dipinti,  lasciandosi influenzare dall’arte di Wesselman, Lichtenstein e gli altri del gruppo.

Gli anni ’80 vedono le sue collezioni ispirate al cubismo di Picasso e Braque, o ai colori accesi di Van Gogh nelle giacche di iris e girasoli  e alle figure ritagliate di Matisse.

 

 

Ma la moda contemporanea ha dimostrato di spaziare tra le correnti artistiche contemporanee a quelle più remote. Significativa è a tal proposito la collezione invernale 2013 Dolce e Gabbana che, ispirandosi al nostro patrimonio artistico, in particolare all’arte di Ravenna e Monreale, ha trasferito i mosaici  in sfavillanti abiti capaci di rendere la donna un gioiello prezioso o un’icona sacra. La collezione venne dedicata a Sant’Agata , santa protettrice della città di Catania, e rientra a pieno titolo dentro l’acceso dibattito riguardo il rapporto tra arte e moda per essere un perfetto ibrido tra costume, alta moda , street style e capolavori artistici come tipico del marchio.

I mosaici di Monreale che raccontano la storia del Duomo e dei fondatori Ruggero II e Guglielmo II brillarono ad ogni passo delle modelle grazie alle tessere dorate e alle applicazioni di cristalli cucite a mano da abili sarte.  La collezione non è però solo un’ispirazione all’arte bizantina ma un vero e proprio omaggio alla storia siciliana e alla sua idea di lusso: un lusso che diventa prezioso perché proviene dal passato. I due stilisti non smettono mai di guardare alla tradizione di questa terra, costantemente presente nella loro moda,  dai gadget alle stoffe più preziose, hanno contribuito a diffonderla in tutto il mondo.

La Sicilia oltre ad essere la terra da loro scelta per i book fotografici dei cataloghi oppure come contesto per le sfilate, è la musa delle ultime collezioni. Famosa è infatti la collezione Estate 2016 in cui troviamo abiti, tubini, top, costumi e accessori ispirati al mondo dell’Opera dei Pupi e alle pitture coloratissime che decorano i carretti siciliani tradizionali, o le ceramiche di Caltagirone. L’effetto totale è volutamente forte, al limite del kitsch ma estremamente prezioso sia per i molti dettagli che per le minuziose tecniche usate come quelle prese dalla tradizione dei cestini intrecciati.

 

Degas e il mondo delle ballerine furono invece punto di riferimento fondamentale per il noto marchio Moschino che per uno spettacolo dell’ English National Ballet tenutosi nel 2011 all’Orangery di Kensington Palace realizzò un costume di scena originale e unico. Rossella Jardini, direttore creativo della maison ha creato un tutù ispirato al tema “Pearly Kings and Queens”.

Il tutù è nero, con splendidi ricami di bottoni di madreperla disposti a formare l’iniziale del marchio, un cuore e il simbolo della pace. Sulla gonna i bottoni formano dei raffinati petali di fiore. “Ho immaginato un magnifico giardino inglese al chiaro di luna, avvolto da una misteriosa ombra nera”. Si tratta  di una versione rock,  molto diversa da quella classica e romantica della ballerina tradizionale. Moschino fa ancora un omaggio simile al mondo della danza e alle sue ètoiles nella collezione Primavera-Estate 2018. Qui lo spunto è offerto però anche dagli anni ’80, anni decisivi per il rapporto tra danza e moda perché è in questo periodo che il tutù venne sdoganato dai suoi stereotipi e inizia ad essere portato nella moda quotidiana. Nella passerella Moschino le danzatrici indossano addirittura stivaloni borchiati, berretti, collari con catene e spuntoni, giacche di pelle. Palese è il richiamo a Madonna per i molti tutù in tulle e costumi di piume colorate. Nel finale le ballerine, che solitamente a fine esibizione ricevono dei fiori, qui vengono celebrate dallo stilista con abiti che sono una riproduzione perfetta di boccioli di rosa, iris, calle, orchidee.

Uno stilista all’avanguardia che vantava collaborazioni importanti con artisti contemporanei come Pomodoro, Rotella, Veronesi.. fu Gianni Versace. Non si trattava di sporadici contatti ma di lunghe relazioni in cui egli cercava di capire il vero significato dietro le opere di quei maestri , non limitandosi a copiare i quadri stampandoli sugli abiti ma attuando una revisione nei tagli e nelle forme. “ Mentre lavoravo partendo da un’opera d’arte, l’opera stessa era talmente dentro di me che le idee si creavano spontaneamente senza che io ci pensassi”.  Gianni sentiva che l’arte poteva trasmettere ulteriore calore alla sua moda e per questo la elesse a sua musa di riferimento. Nel guardare ai grandi autori della storia dell’arte egli non ne era intimidito ma sentiva di poter intrattenere con loro uno scambio alla pari. Fu così che creò le sue più belle collezioni ispirate a Kandisky, Picasso, Warhol.. e con esse diede nuove vita a quei quadri che dallo spazio del museo si modellarono sul corpo delle modelle.

 

“L’invenzione  del  tutu.”

(Prefazione a cura di: Donatella Lucchetti).

Fu un illustratore, litografo, allievo dei pittori A. Gros e H.Vernett nonchè acquarellista e pittore di battaglie, l’inventore del tutu.
Nelle sue memorie, Lami (1800/1890) descrive il carattere virginale che conferiva alla sua eroina il costume della “sylphide”. Il “bandeau” fissa i capelli attorno alla testa o la corona di rosa sulla fronte. Il corsetto mantiene il busto dritto, il costume attillato evidenzia le linee. Del cartone rinforza all’estremità le scarpette di raso in maniera da facilitare la punta. La gonna, infine, la gonna di tulle posta su un’altra gonna tarlatana (tessuto di cotone molto leggero sottoposto ad una forte apprettatura) che si sostiene da sola.

La straordinaria celebrità della ballerina Maria Taglioni nel ruolo della “Silfide” ballato interamente sulle punte, conferì rapidamente a questo costume da lei indossato, lo statuto di archetipo divenendo l’emblema della ballerina e prendendo più tardi il nome di “TUTU”. Si fissano i canoni del costume romantico.

Già il coreografo Gardel aveva introdotto, sotto l’impero (siamo in Francia), la riforma di David: le ballerine sfoggiavano le tuniche alla greca, i cui drappeggi evidenziavano le linee del corpo.

Lami crea, invece, i suioi drappeggi di mussolina che rigonfiano la gonna di infinite pieghe bianche a forma di corolla rovesciata, questo costume permette alla ballerina ampi movimenti e favorisce i salti e l’agiltà emanando una poesia virginale. Nessun ornamento deve appesantirlo, solo un bouquet che nasconde la scollatura tra i seni. Una corona di fiori posta sui capelli, un triplo filo di perle al collo, dei bracci assortiti, un nastro blu cielo che circondano la vita, completano la serafica silhouette alata.

Abbiamo due tipi di tutu, su cui si possono apportare variazioni che sono determinate dal tipo di balletto da interpretare. Il corpetto non cambia, le modifiche vengono fatte sempre sulla gonna. Il tutu romantico o Degas ( e come sarebbe potuto essere altrimenti?) presentava una gonna con la lunghezza dal ginocchio alla caviglia, generalmente vaporosa e più morbida rispetto alla gonna del tutu classico. Può essere di color bianco o colorato ma solitamente sono tinte molto tenui adatte ad opere romantiche e sognanti. Il tutu classico invece ha una gonna che non supera il ginocchio, corta, rigida e con una forma a disco vaporosa che poggia sulle anche della ballerina. Resta piatto e lascia le gambe del tutto scoperte.

Anch’esso può essere bianco o colorato con sfumature, può avere tinte brillanti con varie decorazioni. La costruzione di entrambi i tutu si appoggia su un busto con baschina sulla quale vengono fissate le sovrapposizione degli strati di tulle che devono rispettare dei calcoli matematici di sviluppo in funzione della lunghezza delle gambe della ballerina. Questi strati di tulle, inoltre, hanno pesi e consistenze diverse: dall’estrema leggerezza del tutù romantico alla solidità e rigidità di quelli del tutu classico. Nulla è dato al caso nel balletto! Come giá detto, il tutù fa la sua comparsa con la”Silfide”disegnato dall’artista Eugen Lamj.

Con l’introduzione del tutu ( immaginate lo stupore del pubblico!) quest’opera dà l’avvio ad una serie di “ballets blanc” o balletti bianchi che sarebbero diventati il simbolo dello stile romantico. Dalla”Silfide” in poi tutti i balletti del repertorio ottocentesco, offrono un “atto bianco” caratterizzato da particolari creature avvolte da tutu e scarpette bianche come le “Silfidi”, le Ville, Le Ondine frutto di visioni che appartengono al mondo fiabesco del romanticismo.

Drammaturgicamente parlando, questo atto viene interpretato come una fuga dalla realtà da parte dei protagonisti della vicenda, per vivere in un mondo incantato e libero da regole. I balletti romantici sono, infatti, generalmente suddivisi i due atti; il primo è rappresentato alla luce del giorno ed associato alla civiltà, il secondo, invece, ha luogo di notte in un regno incantato e sovrannaturale, in cui si ha una fine tragica.

La ballerina sulle punte enfatizza il distacco dal mondo terreno ed è lanciata verso una sensibilità, una visione del mondo più libera ed appassionata, a recuperare una realtà inesplorata, il versante oscuro dell’inconscio. I moti dell’animo, i sentimenti, il sogno muovono la ballerina. Movimenti dolci, braccia curve ed una forte inclinazione del corpo in avanti, donano alle ballerine un aspetto leggero e sinuoso ed il movimento delle gambe viene enfatizzato grazie al tutu…

Attenti ai movimenti delle ballerine a volte il pubblico aveva lo sguardo sotto le loro gonne…diciamo sulla parte posteriore…in francese nel linguaggio infantile la parola per identificare questa parte del corpo è….: cucù…che poi divenne: tutù..ovviamente il nome rimase.

Piccola breve storia del balletto..

Il balletto per come noi lo concepiamo nasce in Italia alla fine del 1600 e la prima donna salì sul palcoscenico della storia nel 1680. Infatti, fino a quel periodoi ballerini erano soli uomini che indossavano maschere, pesanti parrucche e scarpe con il tacco insieme ad abiti considerati inadatti per l’esecuzione dei movimenti. Le due più importanti ballerine francesi dll’epoca, rivali tra loro, Marie Camargo e Marie Sallè …?… semplificarono e rivoluzionarono i costumi. La prima iniziò d indossare scarpe senza tacco, accorciò le gonne ed eliminò le maschere mentre la seconda prese ad indossare una tunica. Alla fine del secolo il balletto si evolve ancora di più, dando grande importanza al movimento delle gambe. Alla fine del 700 in Russia si iniziò a danzare sulle punte, ma solo nel 1832 la ballerina Maria Taglioni danzò, come giá detto, il balletto completo “la silfide” sulle punte.

Le scarpine da ballo, in quel periodo, subiranno delle variazioni, passando così dai rinforzi fatti con il cartone ad un impasto di cartapesta trattata con colle particolari che permetteranno alla ballerina di interpretare nel miglior modo tutte le creature tipiche del periodo romantico.

Che si creda o no quel paio di scarpine in raso sono l’incubo di ogni ballerina almeno sino a quando non si trova il modello giusto e la maniera più appropriata di prepararlo. Le punte, infatti, subiscono vari trattamenti prima e durante il loro utilizzo: vengono martellate per ammorbidire parti che altrimenti farebbero troppo rumore ballando, sì usa il vapore; vengono cosparse di colla per indurirle, prolungandone la vita ed ancora tagliate, cucite, grattate, cucite, finchè non si troverà la forma e la consistenza idonee ai propri piedi ed al proprio modo di ballare. Alla fine, non è detto che durino più di uno spettacolo.

Solo dopo una attenta verifica, infatti, si potrà stabilire se riutilizzarle od appenderle al famoso chiodo.

“EDGAR  DEGAS”

(Testi ed illustrazioni a cura di: Valentina Graziani).

Edgar Degas nasce a Parigi il 19 luglio 1834 da un’agiata famiglia borghese. Nonostante venga solitamente collegato al gruppo impressionista egli amò sempre definirsi un artista indipendente. Durante gli studi classici scoprì la sua passione per la pittura così decise di iscriversi alla prestigiosa Ecole des Beaux-Arts. Fondamentale per la sua formazione furono i lunghi soggiorni in Italia dove approfondì lo studio dei grandi maestri del Rinascimento, considerati da lui la sua più grande palestra. Già dalle sue prime opere egli mostra grande abilità tecnica tanto che dagli anni anni ’60 la sua pittura mostra elementi sempre più innovativi, sia nei temi, sia nello stile.

Acuto osservatore, dipinge opere ispirate alla vita moderna: corse di cavalli, scene di caffè-concerto, interni domestici. Dal 1874 al 1886 Degas espone alle mostre degli impressionisti, con i quali condivide la predilezione per i soggetti tratti dalla realtà contemporanea e dalla vita moderna ma, a differenza loro, predilige la pittura di interni e, nonostante anche la sua pittura sia fatta di molteplici e veloci tocchi di colori, egli non rinuncia alla linea di contorno netta e marcata.

Degas inoltre rifiuta di raffigurare solo l’impressione di un momento, ma ama osservare a lungo i soggetti che poi rappresenterà lavorando nello studio sulla base del disegno dal vero o l’elaborazione della memoria. «Nessun’arte è tanto poco spontanea quanto la mia», avrebbe ammesso lo stesso Degas, «e quanto io faccio è il risultato della riflessione e dello studio dei grandi maestri. Dell’ispirazione, della spontaneità e del temperamento non so assolutamente nulla».

Dagli anni ’80 Edgar rappresenta soprattutto figure femminili nell’atto di svolgere le loro attività quotidiane: stiratrici al lavoro, signore che provano abiti e cappelli nei negozi di moda e soprattutto le ballerine per le quali è tanto famoso.
La lezione di danza è tra le prime opere del pittore a rappresentare il tema delle ballerine colte proprio nel momento di una lezione di danza. L’opera venne realizzata dal 1873 al 1875 ed è oggi esposta al museo d’Orsay di Parigi.

Seppur frutto di un lungo lavoro in atelier, di cui abbiamo testimonianza attraverso decine di schizzi preparatori, esso da’ l’illusione di un momento colto con estrema immediatezza, quasi catturato di nascosto dal buco della serratura di una porta (come lo stesso Degas amava ripetere quando spiegava come nascevano i suoi quadri). La scena ha luogo nel foyer di danza dell’Opéra di Parigi in rue Le Peletier, dove Degas poteva accedere grazie all’intercessione di un amico direttore di orchestra.

Egli raffigura una giovane ballerina mentre esegue gli esercizi sotto il vigile sguardo del celebre coreografo francese Jules Perrot. Le altre ballerine disposte a semicerchio attorno al maestro approfittano per provare nell’attesa che sia il loro turno o per riposarsi dopo il duro esercizio.

L’opera dimostra l’attento studio di Degas nel rappresentare le ballerine in pose e atteggiamenti diversi, caratterizzando ciascuna di una condizione psicologia diversa. È possibile trovare espressioni estremamente naturali e spontanee o alcune timorose e impaurite. La prima ballerina sulla quale si sofferma lo sguardo dello spettatore, quella con il fiocco rosso tra i capelli è colta mentre si fa aria con un ventaglio. La ballerina con il fiocco giallo dimostra nervosismo grattandosi la schiena mentre in lontananza c’è chi si aggiusta i capelli, chi il nastro o il vestito o chi ignorando l’insegnante chiacchiera con le altre.

Al contrario degli altri impressionisti che amano rappresentare gli spazi ariosi esterni, qui lo spazio è ottenuto in modo tradizionale attraverso la diminuzione progressiva delle figure a distanza verso il punto di fuga, portando anche l’occhio dell’osservatore ad essere subito condotto attraverso gli assi pavimentali verso quella direzione. La naturalezza del quadro è ottenuta dal taglio fotografico dell’immagine, ripresa dal basso verso l’alto e dalla particolare attenzione al colore con cui definisce il movimento delle ballerine e le trasparenze degli abiti.

Un’altra peculiarità de La lezione di danza risulta essere la sensazione di estensione oltre i margini della tela; questo effetto suggerisce la transitorietà della scena, dandoci la sensazione che da un momento all’altro la lezione di danza finirà e tutte le ballerine usciranno dall’aula.

Degas fu anche un artista costantemente voglioso di rinnovarsi e sperimentare in campi nuovi . Infatti egli, stanco della bidimensionalità della tela e ormai cieco, sperimentò la tridimensionalità. Verso gli anni 80 inizia così a dedicarsi alla scultura con cui affronta i suoi soggetti: la donna alla toeletta, i fantini e la ballerina come si può vedere nella famosa Piccola danzatrice di quattordici anni.

La sua ballerina fu esposta alla sesta mostra impressionista nel 1881 e ancora oggi è un’opera cardinale nella produzione dell’artista anche perchè fu l’unica scultura che lui espose da vivo accompagnata dall’aurea provocatoria che lo contraddistingue. Essa fu esposta dentro una teca di vetro in relazione con un famoso sarcofago etrusco, anch’esso posto dentro una teca. Ma perchè c’era bisogno di porla in uno spazio trasparente che la separi dal resto del mondo?

Skulpturensammlung, Staatliche Kunstsammlungen Dresden. Foto: Jürgen Karpinski
Edgar Degas
Paris 1834 – 1917 Paris
Vierzehnjährige Tänzerin, 1878/ 81
Bronze, Tüll; Höhe: 104cm
Skulpturensammlung, Inv. Nr. ZV 3680
1926 auf der Internationalen Kunstausstellung Dresden erworben
Verwendung nur mit Genehmigung und Quellenangabe

Ciò è tuttora una cosa abbastanza insolita per una scultura mentre più d’uso quando si vogliono mostrare insetti o animali pericolosi dentro un zoo. In questo modo Degas volle sottolineare l’artisticità non comune di quest’opera che racchiuse in se l’ingenuità e l’innocenza infantile insieme ad un’ambigua pericolosità animalesca.

Ciò diventa ancor più strano se si osserva la fisionomia della ballerina e si ricorda la passione di Degas per i trattati di criminologia ottocenteschi di Cesare Lombroso. Quest’ultimo stabilendo che dallo studio fisiognomico del volto di una persona si potesse capire la sua propesione criminale aveva affermato che più l’angolo facciale si avvicinava ad un angolo ottuso più quella persona poteva essere pericolosa.

La ballerina così, con il suo angolo ottuso e posta dentro una gabbia di vetro, assume l’aspetto di una creatura pericolosa, resa ancor più vera dal fatto che Degas sceglie un materiale come la cera, più vissuto e deperibile nel tempo rispetto all’eterno bronzo, ma soprattutto perchè con essa poteva imitare l’effetto della carne.

Anche i capelli sono crini di cavallo così come i vestiti e le scarpette sono reali. Tutto ci da’ l’idea di una cosa inquietantemente viva quasi, anticipando i tempi, una scultura iperrealista. Si può ben capire che tutto questo per l’epoca fu inammissibile e la ballerina venne paragonata ad una scimmia, un azteco, una fanciulla dal muso vizioso più adatta a stare in un museo di patologia umana o in uno zoo.

Solo in pochi sottolinearono la modernità e la raffinatezza di quest’opera che, rappresentante un’adolescente nell’atto di aspettare in posa il momento per danzare, con il volto sollevato dichiarava tutta la sua fierezza e la sua dignità. Essa può anche essere letta come l’immagine dell’adolescenza che con coraggio, come la nostra ballerina compie il suo passo verso il futuro incerto.

Riguardo a ciò la critica ottocentesca può essere stata ispirata nell’interpretazione così negativa dell’opera alla triste vita di Marie Van Goethem che da’ il volto alla scultura e alle ballerine dipinte da Degas. Ella era una bambina che sognava di ballare all’Opèra di Parigi e vedeva nella danza la sua fuga da un futuro di droga e prostituzione che aveva afflitto la sua famiglia.

Non riuscendo a coronare il suo sogno anche lei si abbandonò al vizio e all’alcool cadendo in un mondo di solitudine ed emarginazione. Il confine tra danza e prostituzione era a quel tempo molto labile al punto che le stesse ballerine erano chiamate “petit rat” (topoline).

Degas dimostrò la sua carica innovativa e rivoluzionaria anche quando affrontò temi non convenzionali per l’epoca come: Lo stupro o La famiglia Bellelli in cui mostrò l’ipocrisia e falsità della società borghese. Il quadro più famoso in questo filone è l’Assenzio. Esso è una rappresentazione del crescente isolamento sociale della Parigi del suo tempo. Degas chiese alla famosa attrice Ellen Andrée e all’artista boemo Marcellin Desboutin di posare come due tossicodipendenti all’interno del suo caffè parigino preferito, il caffè della Nouvelle Athèns. Nell’epopea impressionista i caffè giocarono un luogo preminente: luoghi di riunione dei gruppi di pensatori e artisti, essi affascinarono numerosi pittori. Ma al contrario delle rappresentazioni festose e disincantate di Manet, la versione di Degas è tutta decadente.

La donna è raffigurata atta a fissare il vuoto con un bicchiere di assenzio mentre un uomo, già probabilmente alcolizzato, siede accanto a lei. L’opera risulta innovativa sin dalla composizione caratterizzata da un’inquadratura insolita e moderna frutto della forte influenza che all’epoca ebbero la fotografia e le stampe giapponesi sui pittori impressionisti. Degas sceglie infatti un punto di vista insolito laterale, costringendo l’osservatore a seguire la posizione a zig zag dei tavoli prima di arrivare ad osservare i due protagonisti, quasi facendoci immaginare di essere lì nello stesso caffè seduti vicino a loro.

I due, nonostante siano l’uno vicino a l’altro, non comunicano ma sono persi nella condizione di alienazione ed emarginazione in cui la società li ha costretti. Tutto è ancor più enfatizzato dalla linea di contorno che invece di smaterializzare le due presenze spettrali le rende ancor più concrete mentre lo spazio chiuso non lascia via d’uscita ma appesantisce ancor più l’atmosfera cupa generale.

Degas non è solo quindi l’artista delle ballerine e delle donne alla toeletta ma anche un attento osservatore della condizione sociale e psicologia di quella società francese in rapida trasformazione.

Egli morì, stroncato da un aneurisma cerebrale, a Parigi il 27 settembre 1917 .

“HENRI  DE  TOULOSUSE  LAUTREC”

(Testi ed illustrazioni a cura di: Valentina Graziani).

Henri deToulouse-Lautrec fu un artista post-impressionista, illustratore e litografo. Nacque ad Albi, nel Sud della Francia, nel 1864 da una nobile e antica famiglia. Pur crescendo tra gli agi e i privilegi, la sua felice infanzia fu tormentata da due gravi incidenti alle gambe e dalla psicnodisostosi: una malattia che impediva il regolare sviluppo degli arti e che perciò bloccò la sua altezza a soli 1,52 cm.

A diciotto anni Toulouse divenne allievo del pittore francese Fernand Cormon, che però non apprezzò mai il disegno e la caricatura, tecniche nelle quali eccelleva il suo giovane allievo. Nello studio di Cormon tuttavia egli divenne amico di Vincent van Gogh.

Toulouse appartiene infatti al tardo impressionismo, ed effettivamente nelle sue prime opere si percepisce l’influenza che il movimento ebbe su di lui. Al contrario degli impressionisti si distingue però per la forte componente emotiva e per non aver mai abbandonato la sua passione per il disegno.

La sua linea incisiva e tagliente da’ espressività ai volti e ai corpi dei personaggi che rappresenta e da essi si innerva per confinare negli ambienti tutti intessuti da una miriade di intrecci. Il modo personale con cui deforma la linea lo caratterizzerà per sempre facendolo diventare figura di riferimento per l’espressionismo e per il liberty.

Quest’ultimo guarderà a Lautrec soprattutto per i molti manifesti pubblicitari su cui lavorò visto che fu tra i primi artisti ad interessarsi a questo campo applicativo.
Egli nonostante provenisse da una famiglia nobile e agiata, preferì fuggire da una società che sentiva ostile, non evadendo però nelle terre esotiche del Pacifico come Gauguin ma rifugiandosi nel mondo dei bordelli e spettacoli notturni.

Così nel 1884 si trasferì nel quartiere di Montmartre dove aprì il suo atelier. Ma tale vita dissoluta minò il suo fisico più ancora della malattia alle ossa. Toulouse-Lautrec si ammalò infatti di sifilide e morì il 9 settembre 1901 a soli 37 anni. Fu l’artista che più di tutti rappresentò in tutte le sfumature Montmatre, oltre ad incarnare in prima persona l’immagine del perfetto bohèmien.

Barboni, ubriachi e prostitute divennero i suoi temi prediletti con cui espresse solidarietà e partecipazione umana. Naturalmente tra i locali da lui più amati c’era propripo il Moulin Rouge e a questo storico luogo sono legate le sue opere più celebri come Ballo al Moulin Rouge.

Il successo che ebbe questo locale fu soprattutto frutto di Goulue e Valentin le dèsossè. Gouloue era una una contadina alsaziana che, giunta a Parigi, decise di diventare ballerina al Moulin Rouge per cercare fortuna. Qui subito divenne nota per l’eccentricità e la sfrontatezza con cui ballava e intratteneva gli ospiti. Il giornale Figarò descriveva in questo modo il suo can can: “Arrivarono proprio nel momento psicologico in cui la Goulue stava eseguendo un passo impossibile da descrivere: balzi da capra impazzita, rovesciamenti all’indietro da pensare che si sarebbe spezzata in due, voli di gonne. Il pubblico scalpitava entusiasta”. Valentin era invece un ballerino molto apprezzato, il cui soprannome “dèsossè” era riferito alla sua fisionomia dinoccolata.

Toulouse in questo dipinto coglie l’eccentricità, la follia, la stravaganza delle serate al Moulin: notti in cui il mondo borghese mostrava il suo vero volto e ognuno poteva sentirsi al sicuro da inutili pregiudizi. I protagonisti dell’opera sono proprio la Goulue e Valentin rappresentati in fondo a sinistra. Valentin si riconosce per il suo corpo agile e longilineo. La Goulue invece è una figura formosa e sensuale colta mentre lancia in aria le gambe per eseguire un elettrizzante can can mostrando la sottogonna bianca e le peccaminose calze rosse.

Tra la folla in fondo troviamo inservienti, uomini con la bombetta ma dal volto grottesco che osservano silenziosamente rapiti il ballo, mentre in primo piano appare una misteriosa donna con il sorriso ammiccante e l’abito rosa. Ella è allo stesso tempo appariscente ma in disparte non facendoci capire la sua identità. È una nobile aristocratica che per una notte si è abbandonata ai piaceri del Moulin Rouge o una prostituta? La luce elettrica dei lampadari rende ancor più febbrile l’intera atmosfera proiettando sul pavimento le ombre verdi di chiara influenza impressionista. Le pennellate sono vivaci e turbolente, trascinano il colore abbastanza diluito tanto da evocare gli inchiostri che lo stesso Toulouse eseguì per i manifesti pubblicitari.

In questo tipi di locali egli poteva beneficiare dell’amore di donne che non lo giudicavano per la sua origine nobiliare o per la menomazione fisica. Vivendo continuamente in contatto con le filles de maison Toulouse-Lautrec documentò in modo oggettivo e umano la loro vita fatta di splendori e miserie. Famosa è infatti la serie di quadri in cui egli coglie il momento in cui queste ragazze, dopo le lunghe nottate si abbandonano a momenti di sincero e disinteressato affetto tra loro.

Con questa libera espressione dell’eros omosessuale Toulouse intendeva lanciare un grido di protesta contro quei pregiudizi etici, religiosi e sociali che emarginavano i soggetti più fragili e deboli della società.
Il bacio è uno dei dipinti di questa serie, eseguito intorno al 1892 e oggi conservato presso il museo d’Orsay di Parigi, raffigura due ragazze, mentre si stringono in un affettuoso bacio.

Toulouse non pone l’accento né sulla professione delle due donne, né sulla loro sessualità, ma ciò che vuole trasmettere è solamente l’idea di un sentimento dolce e vero.

Notevole è anche la fattura stilistica dell’opera per l’uso del colore che dato in modo lineare si propaga in mille sfumature di rosso, giallo, e verde dall’abbraccio tra le due giovani alla coperta del loro giaciglio.

 

 

 

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